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«Ho fatto un'indagine nel basso Lazio. Si era spostato a Cassino un gruppo della famiglia Venosa che aveva cominciato a fare estorsioni agli imprenditori della zona e stava trasferendo attività illecite ed affiliate nel contesto del cassinate. Verificammo che anche lì c'erano fenomeni di omertà, trovammo grandissime difficoltà a parlare con gli imprenditore. E fu grazie alla brillante attività della squadra mobile di Frosinone che si riuscì ad individuare questo gruppo, ad arrestarlie poi farli condannare».
Cosa si può fare per contrastare questo fenomeno?
«Si deve tenere la guardia particolarmente alta soprattutto quando i fenomeni diventato noti grazie ad un lavoro come questo dell'Osservatorio: nessuno può dire non lo sapevoo non me n'ero accorto. L'infiltrazione va combattuta prima di tutto attraverso l'attività giudiziaria ma anche creando grande attenzione degli enti pubblici che devono vigilare quando danno gli appalti o durante i passaggi di proprietà di aziende»
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In Italia ci sono circa 56 milioni di attori. I migliori sono sul palcoscenico. I peggiori a Montecitorio PDF Stampa E-mail
Scritto da Luigi Musto   
Venerdì 11 Dicembre 2009 18:31

"Lottavano così come si gioca
i cuccioli del maggio era normale
loro avevano il tempo anche per la galera
ad aspettarli fuori rimaneva
la stessa rabbia la stessa primavera...”

Oggi facciamo l’analisi del testo, perché credo che il ritorno al passato sia il miglior modo per capire il presente. La tragedia nasce e trova la sua naturale conclusione nel momento in cui ci si rende conto che una canzone di 37 anni fa è incredibilmente  attuale nella forma e nel contenuto. In apertura della canzone ci sono i versi che qui sopra ho riportato, partiamo da questi.


 “Lottavano così come si gioca”. Il concetto di gioco è meraviglioso perché la vita  fondamentalmente è questo. Un gioco. È nel momento in cui si perdono l’interesse e l’ardore tipici dell’infanzia che le cose cadono nel dimenticatoio e vengono affrontate con la vitalità monocroma e tediosa di un automa. Si, io sono un eterno peter pan e ne vado orgoglioso. Mi sento uno de “i cuccioli del maggio” che nel ’68 lottavano con la passione e la curiosità proprie di un bimbo, che si affaccia al mondo con grande attenzione e spirito di osservazione, per rivendicare i sacrosanti diritti che spettano ad ogni individuo dell’italico paese nello specifico e del mondo (perché loro altra grande peculiarità era l’indole cosmopolita) in generale. Già, perché i confini nazionali sono estremamente limitanti per chi ha conservato nell’animo uno spirito goliardico ed infantile (termini che molti dovrebbero imparare ad utilizzare nell’accezione positiva e non in quella negativa) facendo nascere una prima questione. Noi, si perché io mi ci metto nel mezzo, non abiuriamo il tricolore, semplicemente non ne siamo succubi. La nostra apertura mentale ci spinge ad essere universali, a vedere il problema non nel momento in cui esso si pone in essere, ma in anticipo. A  non guardarlo da una prospettiva interna, quindi restrittiva, ma da un punto di vista esterno cercando la soluzione ad ampio raggio per debellare definitivamente la questione e non per trovare un arzigogolato, quanto inutile, palliativo che tamponi solo momentaneamente l’emorragia. E qui si aggiunge all’innocenza e alla curiosità cognitiva dell’infante “la stessa rabbia” che subentra nell’adulto e che lo porta a lottare per quelle che ritiene essere le giuste cause, mantenendo “la stessa primavera”, perché uno fatto così, come siamo fatti noi, anche a quarant’anni, vivrà sempre la primavera della vita. A noi (e mi scuso per aver utilizzato questa espressione che insieme a “forza Italia” ci è stata indebitamente tolta in questi anni) non serve il tricolore sulle spalle per fregiarci del titolo di ITALIANI (MAI “italiani” come oggi molti nostri concittadini sono diventati), noi il vanto della nostra italianità lo vogliamo attraverso il conseguimento per meriti e non sventolando il vessillo nazionale come troppi capi di partito fanno innalzando le proprie (troppe) e mutevoli bandiere politiche. L’Italia oggi non è più questo, l’Italia è stata tradita dagli italiani. L’Italia oggi soffre per i suoi figli. “La canzone del Maggio”  si colloca in quest’ottica,và, però, capita ed io proverò a spiegarvela.

Questa canzone di De Andrè del 1973, ci tengo a sottolinearlo, è il brano che introduce l’album “Storia di un impiegato” ed in questo contesto andrebbe inserita per essere compresa nella sua vera e reale essenza. In sostanza si tratta  dell'adattamento di un canto del maggio francese, una canzone di Dominique Grange del 1968, il cui titolo è “Chacun de vous est concerné”. Quando De Andrè si mise in contatto con lei per pubblicare il testo, la cantante francese glielo regalò non chiedendo i diritti d’autore. Và però notata la grande differenza, anche musicale, tra il brano di De Andrè e la versione originale. Come accade spesso nei dischi di De Andrè, le canzoni sono collegate tra di loro da un disco narrativo: in questo caso, infatti, la storia è quella di un impiegato (la cui vita è basata sull’individualismo, che – dopo aver ascoltato una canzone del Maggio Francese – davanti a tale scelta di ribellione, entra in crisi e decide di ribellarsi anch’esso, mantenendo però il suo individualismo. Le canzoni che seguono rappresentano l’ordine logico di una presa di posizione individuale che, con il rapido (e per molti aspetti onirico) succedersi dei fatti, con l’esperienza fallimentare della violenza e solo dopo, in un ambiente duro e crudo come quello carcerario, diventa collettivismo così come riportato nella canzone di De Andrè dove quei meravigliosi ragazzi hanno deciso di mettersi contro i poteri forti dello Stato.

Io sono di parte e per questa ragione mi esonero dal commento del testo, facendone solo un’analisi, riservandomi però le conclusioni. Con altrettanta sincerità vi dico che questa canzone all’epoca, come spesso accade ai “grandissimi” il cui genio viene riconosciuto dal grande pubblico soltanto post mortem,  non ebbe recensioni positive. “Storia di un impiegato – dice Simone Dessì critico musicale vicino al movimento studentesco – è un disco tremendo: il tentativo, clamorosamente fallito, di dare un contenuto “politico”ad un impianto musicale, culturale e linguistico assolutamente tradizionale, privo di qualunque sforzo di rinnovamento e di qualunque ripensamento autocritico. La canzone “il Bombarolo” è un esempio magistrale di insipienza culturale e politica.” Riccardo Bertoncelli, genovese di nascita come De Andrè nonché suo appassionato fan, dice: “verboso e alla fine datato”. Il camerata Enrico De Regibus, mai come in questo caso è vera la dicitura omen nomen (il nome è un presagio), di chiara matrice monarchica sostiene: “l’album è sempre stato considerato uno dei più confusi. La vena anarchica di De Andrè deve fondersi con quella marxista di Bentivoglio e spesso i punti di sutura e di contraddizione sono fin troppo evidenti. Non a caso è l’ultimo episodio di collaborazione tra i due”. Ma il giudizio forse più duro lo dà De Andrè stesso. “Quando è uscito “Storia di un impiegato” avrei voluto bruciarlo. Era la prima volta che mi dichiaravo politicamente e so di aver usato un linguaggio troppo oscuro, difficile. L’idea del disco era affascinante. Dare del sessantotto una lettura poetica, e invece è venuto fuori un disco politico. E ho fatto l’unica cosa che mai avrei voluto fare: spiegare alla gente come comportarsi”.

Io ribadisco. Non commento. Vi riporto il testo della canzone e lascio commentarlo a voi. Riservandomi, però,un plauso all’autore (anche se so che non serve dirlo a De Andrè) e le conclusioni.

Anche se il nostro maggio/ha fatto a meno del vostro coraggio/se la paura di guardare/vi ha fatto chinare il mento/se il fuoco ha risparmiato le vostre Millecento/anche se voi vi credete assolti/siete lo stesso coinvolti./E se vi siete detti/non sta succedendo niente,/le fabbriche riapriranno, /arresteranno qualche studente/convinti che fosse un gioco/a cui avremmo giocato poco/provate pure a credervi assolti/siete lo stesso coinvolti.
Anche se avete chiuso le vostre porte sul nostro muso/la notte che le pantere/ci mordevano il sedere/lasciandoci in buona fede/massacrare sui marciapiedi/anche se ora ve ne fregate,/voi quella notte voi c'eravate./E se nei vostri quartieri/tutto è rimasto come ieri,/senza le barricate senza feriti, senza granate,/se avete preso per buone le "verità" della televisione/anche se allora vi siete assolti/siete lo stesso coinvolti./E se credete ora che tutto sia come prima/perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina,/convinti di allontanare la paura di cambiare/verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte/per quanto voi vi crediate assolti/siete per sempre coinvolti,/per quanto voi vi crediate assolti/siete per sempre coinvolti.

Della Canzone del Maggio esiste una versione dal testo molto più duro e accusativo (si tratta della traduzione letterale dell'originale), presentata a volte dal vivo dal cantante genovese; di questa versione esiste una registrazione non ufficiale, in quanto fu sottoposta a censura. Il ritornello della versione censurata recitava "Voi non avete fermato il vento, gli avete fatto perdere tempo". Tutta la canzone, in generale, manifesta la forza del movimento del '68 nel suo pieno svolgimento, a differenza della versione non censurata, che con il suo "anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti", che al contrario descrive il Movimento dopo la sua fine. Certo è che in entrambi i casi i ritornelli sono di un’attualità e di una esaustività straordinarie. Sono l’inno ad un percorso che, per quanto a volte può risultare lento (visto che sono 37 anni che ci proviamo), sarà e dovrà essere sempre inesorabile. Fino al compimento.  Beh che dire? Il testo lo avete davanti, vi consiglio di ascoltare il brano ovviamente, ma credo che un’idea ve la siate fatta. Per quanto mi riguarda gli ultimi versi di questa canzone sono il vero stimolo a proseguire in una Nazione in cui troppi “hanno chiuso le proprie porte sul nostro muso”, troppi sono quelli che per “paura di guardare hanno chinato il mento”, troppi sono quelli che per interessi personali hanno votato ancora la sicurezza e la disciplina”. Bene, a costoro io rispondo attraverso De Andrè: “Verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. Questi versi li canterei al massimo della mia tonalità fino a perdere l’uso delle corde vocali. De Andrè quando compose questo “pezzo”, aveva come obiettivo quello di smuovere le coscienze. La mia l’ha smossa di sicuro e sono convinto che i signori Dessì, De Regibus e Bertoncelli, trovandosi nell’Italia di oggi, cambierebbero il loro giudizio su “La canzone del Maggio”. Bisogna vedere se è riuscito a smuovere anche le vostre coscienze ragazzi, ma io credo di si. Credo che nessuna persona che abbia nel cuore il principio di uguaglianza e di diritto possa rimanere indifferente contestualizzando quanto è cantato in queste note. De Andrè, infine, disse una frase presentando questo album: “La mia donazione è piccola, ma il mio sostegno è sincero”. Sbagliava. Sbagliava come quando pensava di voler bruciare il testo di questa canzone. La tua donazione è stata immensa ed il tuo sostegno continuiamo a sentirlo ancora oggi. Grazie, grazie di cuore Fabrì!!!

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Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Dicembre 2009 21:44