| Il sogno di Peppino |
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| Scritto da Luigi Musto |
| Martedì 26 Gennaio 2010 15:38 |
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Il 9 Maggio 1978 l’Italia è segnata da uno degli eventi più cruenti e drammatici della sua storia repubblicana. Quella mattina, infatti, viene ritrovato a Roma, in via Caetani, il corpo dell’On Aldo Moro (figura centrale nel panorama politico italiano e all’epoca Presidente della DC), barbaramente assassinato dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia. Davanti ad una notizia di tale portata ogni altro avvenimento inevitabilmente passò in secondo piano. Ed è proprio per questa ragione che in pochi si accorsero che, oltre che per l’On Moro, la notte tra l’8 e il 9 Maggio fu fatale anche per un giovane (allora aveva trent’anni) il cui corpo (sarebbe più giusto dire quel che del suo corpo rimaneva), dilaniato da una carica di tritolo, fu ritrovato sui binari della ferrovia Palermo – Trapani. Quel giovane era Giuseppe Impastato, Peppino per gli amici e per chi continua ancora oggi a ricordarlo con affetto ed ammirazione. Peppino nacque a Cinisi (provincia di Palermo) il 5 Maggio 1948 figlio di Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. Frequenta il liceo classico di Partinico e risale sicuramente a quel periodo il suo interesse ed il suo avvicinamento alla politica, con particolare attenzione al PSIUP. Assieme ad altri giovani studenti fonda in quegli anni un giornale, “L’idea socialista” che, dopo alcuni numeri, verrà sequestrato. Tra gli articoli di quel giornale particolare interesse suscita un servizio di Peppino sulla “Marcia della protesta e della pace” organizzata da Danilo Dolci nel Marzo del 1967. Sebbene episodica, la collaborazione con Dolci, segnerà in maniera profonda l’esistenza di Peppino. Nel 1975 organizza il circolo “Musica e Cultura”, un’associazione il cui scopo è quello di promuovere attività culturali e musicali e che si pone come obiettivo, ampiamente raggiunto, quello di diventare il principale punto di riferimento per i giovani di Cinisi. All’interno del circolo trovano ospitalità il “Collettivo Femminista” ed il “Collettivo Antinucleare”. Nel 1977, nel tentativo di superare la crisi complessiva dei vari gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra “rivoluzionaria, Peppino e gli amici del circolo diedero vita a Radio Aut. Un’emittente autofinanziata che concentra i suoi sforzi in un’opera di controinformazione basata principalmente sulla satira nei riguardi della mafia e degli esponenti politici locali. Nel 1978 partecipa come candidato alle elezioni comunali di Cinisi nelle fila di una lista che ha come simbolo quello di Democrazia Proletaria, ma prima che queste abbiano luogo viene ucciso per mano della mafia. Come si capisce, quindi, Peppino ha condotto la sua esistenza combattendo in prima linea, ma ci terrei a fare una precisazione. L’impegno di Peppino era, per l’epoca, un qualcosa di straordinariamente innovativo per la capacità che lui aveva di coniugare la propria esperienza e dimensione personale con quella politica. Fisicamente minuto, ma dotato di un’energia fuori dal comune e di una vivacità intellettuale estremamente lucida, ebbe probabilmente una formazione ideologica in cui entrò in gioco un complesso, quanto comprensibile, conflitto emotivo. La sua ribellione non aveva una semplice matrice generazionale, bensì era un connubio tra il conflitto familiare e quello politico – sociale. Il padre Luigi (per lui figura di grande sofferenza come si evince anche dal ritratto che il regista Marco Tullio Giordana ne fa nel film “I Cento Passi”) inserito negli ambienti mafiosi di Cinisi era stato amico di Gaetano Badalamenti e una sorella di Luigi, una zia di Peppino quindi, aveva sposato Cesare Manzella considerato uno dei primi boss in grado di individuare nel traffico di droga la nuova e principale fonte per l’accumulo di capitali in denaro. La famiglia Impastato in generale, dunque, aveva da sempre e nella sua quasi totalità nel proprio DNA pesanti influenze mafiose. Ed è proprio per questo che la storia di Peppino assume dei connotati ancora più importanti. È la storia di un uomo che ha saputo sfidare la mafia cominciando da quella che aveva in casa propria. La rottura ideologica con il padre avvenne nel 1968 quando Peppino, che all’epoca aveva vent’anni, iniziò a partecipare attivamente alle iniziative della sinistra alternativa. Aderì alle lotte dei contadini che in quegli anni subirono l’esproprio delle terre per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo ed iniziò a coltivare quel sogno che aveva il profumo di libertà. Non una libertà personale, ma una libertà collettiva. Liberare la Sicilia dal fardello della Mafia. Il mezzo principale con cui il giovane Peppino portò avanti la sua lotta fu la radio. Uno dei programmi di più grande successo della sua “Radio Aut” (e che causava maggiore "fastidio" negli ambienti mafiosi di Cinisi) era "Onda Pazza", una sorta di "striscia" settimanale satirica in cui Peppino ed i suoi amici immergevano la realtà di Cinisi in un ambiente che sfiorava l'assurdo ma in cui erano comunque ben percepibili, per chi li conosceva, nomi e fatti; così Gaetano Badalamenti diventava Tano Seduto ed il Sindaco Gero di Stefano diveniva Geronimo Stefanini, grandi capi di "Mafiopoli" (Cinisi, ovviamente). Uno dei momenti più belli ed intensi del film “I Cento Passi” è la contrapposizione tra Peppino, che, per lanciare i suoi strali sui potenti di Cinisi adatta liberamente brani dell’inferno di Dante, e i diversi atteggiamenti del pubblico di “Onda Pazza”: da un lato c’è la gente divertita che si accalca nei bar attorno ad una radiolina, dall’altro lato ci sono i boss che ascoltano con uguale attenzione, ma con ben diverso spirito, preoccupati da una voce che deve essere ad ogni costo fermata. Consultando il sito di Radio Aut è possibile notare che la parodia ispirata all’inferno Dantesco fu trasmessa il 3 Marzo 1978. Da quella data e fino alla sua morte, le trasmissioni di “Onda Pazza” furono una progressione impressionante di Peppino che, demoliva con una risata (come voleva un vecchio slogan un tempo patrimonio storico della sinistra) speculatori, amministratori pubblici e figure “altolocate” di Cinisi, senza risparmiare nessuno, attraverso la sola arma della sana e pungente ironia (un’arma che Peppino per primo utilizzò contro la mafia). La figura di Peppino Impastato appare incredibilmente attuale oggi, a trentadue anni dalla sua morte. Si perché in un periodo in cui tutto era politica, interesse e commistione, Peppino sapeva coniugare l’impegno politico – sociale ad una tensione morale volto alla costruzione di un “mondo nuovo”, di un “uomo nuovo”, di un “modo nuovo” di vivere e di intendere l’impegno. Solo chi, come Peppino, ha nel cuore il senso di giustizia e di uguaglianza può vedere nell’impegno costante e quotidiano quel barlume di luce in fondo al tunnel che è sinonimo di cambiamento. Pubblicato su La Provincia del 23 gennaio 2010
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| Ultimo aggiornamento Martedì 26 Gennaio 2010 15:43 |















